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Diciassette giorni

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Quando Saifaldeen è arrivato al nostro Centro “Salam” di Khartoum, era allo stremo. Debilitato, quasi 20 chili in meno, senza forze. Accanto a lui, suo padre. 

Saifaldeen viene dal Darfur e il suo corpo racconta la verità della guerra che da oltre tre anni sconvolge il Sudan. 

“Saif”, così tutti lo conoscono in ospedale, era già stato operato da noi nel 2024, per una doppia sostituzione valvolare. Poi era tornato nel suo villaggio, vicino a Zalingei, nel Darfur centrale.

Nel frattempo, però, tutto è cambiato: la guerra ha travolto ogni cosa. Vivere – e curarsi – è diventato quasi impossibile. 

Nel suo villaggio, Saif aveva smesso di studiare e lavorava come sarto. La sua famiglia – madre, padre e otto fratelli – cercava di sopravvivere, ma il cibo era sempre più scarso. Il suo corpo ha iniziato a cedere lentamente, fino a quando sono arrivati i sintomi più gravi: mal di testa intenso, vomito, una debolezza sempre più evidente. 

È a quel punto che suo padre ha deciso di intraprendere un viaggio per accompagnare Saif verso il Salam, in cerca di cure.

Villaggio dopo villaggio, in cerca di passaggi di fortuna, per 17 giorni. Con l’aiuto della comunità riescono a mettere insieme la somma necessaria per partire, ma nelle tappe successive sono costretti a rinunciare anche al cibo pur di continuare. 

Arrivano al Salam di tardo pomeriggio. Saif è riverso su una carrozzina. Suo padre non ha nemmeno più la forza di stare in piedi. 

Gli esami parlano chiaro: un grande ematoma cerebrale.

Eppure, nonostante tutto, Saif resiste. Giorno dopo giorno, accompagnato dal nostro staff, ricomincia a mangiare. Lentamente si rimette in piedi. 

Poi, all’improvviso, un nuovo peggioramento.

Un dolore addominale acuto. Gli esami rivelano un altro ematoma, questa volta a carico di un rene. Serve un intervento urgente.

Presso il Centro Salam – l’unico ospedale di cardiochirurgia ancora operativo a Khartoum dopo oltre 3 anni di guerra – non è possibile eseguire quell’intervento. Ma in questi anni abbiamo rafforzato una rete di collaborazione e relazioni che diventano vitali proprio nei momenti più critici. 

Attiviamo una corsa contro il tempo. 

Saif viene trasferito in un altro ospedale, dove viene operato. Ora è di nuovo al Salam, in attesa di recuperare completamente.

Suo padre è ancora accanto a lui. In attesa delle dimissioni di Saif, ha già preso una decisione: non torneranno in Darfur. Troppo rischioso, soprattutto per un ragazzo così fragile. 

Intende cercare lavoro altrove, in una città più sicura, dove vive ancora l’anziana madre. Da lì, forse, potrà riuscire a sostenere tutta la famiglia.

La storia di Saif è unica, ma non è isolata.

Come molti altri pazienti provenienti dal Darfur ha affrontato un’odissea per raggiungere un luogo dove curarsi. In un contesto in cui quasi l’80% delle strutture sanitarie è stato distrutto, il Centro Salam rimane per molti l’ultima possibilità.
L’ultima frontiera di pace, dove trovare ancora cure, e qualcuno pronto a prendersi cura di loro.

— Elena Giovanella, anestesista di EMERGENCY al Centro “Salam”