Sudan, tre anni di guerra: cosa succede nel Paese

Tre anni dopo la guerra non è finita

A tre anni dal 15 aprile 2023, data di inizio del conflitto in Sudan, la guerra non è ancora finita. Gli scontri tra esercito governativo (SAF) e forze di supporto rapido (RSF) continuano in molte regioni del Paese, come Darfur e Kordofan.

È il numero più alto al mondo di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari e la metà sono bambini.

Anche dove non si combatte più le conseguenze continuano ad affliggere 33,7 milioni di persone – più di due terzi della popolazione.

  • 9,3 milioni sono sfollati interni 
  • 4,3 milioni si sono rifugiati in altri Paesi 

    Con questi numeri, il Sudan si conferma attualmente la più grave crisi umanitaria in corso. Noi proseguiamo la nostra attività a Khartoum, Port Sudan (Mar Rosso) e Nyala (sud Darfur), assistendo ad un peggioramento continuo delle condizioni dei pazienti ricevuti nelle nostre strutture.

Nella capitale Khartoum, epicentro degli scontri fin dallo scoppio del conflitto, i combattimenti si sono fermati quando l’esercito governativo ha ripreso la città a marzo 2025. Tuttavia, in diverse zone mancano ancora servizi di base come corrente elettrica e acqua potabile; il centro città è deserto e completamente distrutto, così chi vuole rientrare nelle proprie case si ritrova comunque sfollato. In varie zone del Paese proseguono gli scontri che provocano un continuo aumento dei profughi. Tanti li vediamo nei nostri ospedali. In città circa oltre l’80% delle strutture sanitarie è completamente fuori uso.

Matteo D’Alonzo, direttore programma EMERGENCY in Sudan

Al Centro Salam di cardiochirurgia arrivano pazienti in condizioni sempre più gravi

Dopo la fine dei combattimenti, nella capitale Khartoum, abbiamo rincominciato a ricevere pazienti cardiaci nel Centro Salam di cardiochirurgia, che per molto tempo, non hanno potuto raggiungere l’ospedale a causa degli scontri; le loro condizioni all’arrivo sono sempre più gravi.

Abbiamo pazienti che arrivano da zone attualmente in guerra, come il Kordofan e il Darfur, e che impiegano giorni di viaggio a piedi e con mezzi di fortuna. In questi giorni, ad esempio, un ragazzo di 16 anni arrivato dopo 17 giorni di viaggio da Zalingei, in Darfur, zona coinvolta in combattimenti, era in condizioni molto critiche, con un’insufficienza della valvola mitrale e aortica; è stato ricoverato, ma si è aggravato, ha avuto un arresto cardiaco, è stato rianimato e operato d’urgenza. Il decorso post-operatorio sta avendo successo, ma è stato complicato perché era molto malnutrito, pesava 23 kg.

Elisabetta Maio, perfusionista del Centro Salam di cardiochirurgia

Conseguenze della guerra: la fascia di popolazione più colpita è quella pediatrica

  • Più di 5 milioni di bambini in questi tre anni sono stati costretti a lasciare le proprie case, soggetti ad attacchi, violenze e privazione delle basilari condizioni di vita.
  • Anche dal punto di vista alimentare si stima che 19 milioni di persone siano severamente malnutrite, tra loro 4,2 milioni sono bambini.

“A fine 2025 siamo riusciti a riaprire il nostro ambulatorio pediatrico nel campo profughi di Mayo, alle porte di Khartoum. Qui stiamo vedendo arrivare camion carichi di profughi dal Kordofan e tanti dei nostri pazienti sono sfollati in condizioni gravi. Sia qui che nell’ambulatorio pediatrico del Centro Salam vediamo mensilmente circa 1.000 bambini per struttura, il 60% presenta malaria severa; molti sono affetti da patologie come pertosse e difterite. Tutte malattie evitabili con vaccini e prevenzione. Strumenti che, però, in un contesto di guerra restano difficilmente accessibili. Un bambino su tre nel Paese, infatti, è sprovvisto di qualsiasi copertura vaccinale.”

Laura Ena, infermiera coordinatrice della pediatria di EMERGENCY a Khartoum

A Nyala la sicurezza dei civili continua a essere a rischio

A Nyala, città del Sud Darfur, dove siamo presenti con un ospedale pediatrico la situazione rimane tesa: proseguono attacchi con droni e aerei in alcune aree e l’alto tasso di criminalità continua a mettere a rischio la sicurezza dei civili, ripetutamente sfollati e che nonostante tutto si mettono in viaggio per raggiungere i presidi sanitari rimasti attivi. In tutto il Paese solo il 63% delle strutture sanitarie è, parzialmente, funzionante.

Abbiamo ricevuto pazienti da altre aree del Darfur e non solo, che per venire a curarsi hanno affrontato viaggi lunghi e costosi. Alcuni di loro mettono insieme tutto il loro coraggio per raggiungere l’ospedale.

Dei 100 bambini che vediamo ogni giorno uno su cinque è severamente malnutrito. La maggior parte di questi presenta anche altre patologie, soprattutto malattie infettive come polmoniti, a uno stadio grave. Molti hanno bisogno di un supporto continuo di ossigeno per respirare. Le condizioni di vita della popolazione sono precarie, tra rifugi di fortuna, spesso senza adeguata igiene e accesso ad acqua pulita. Ora con la stagione delle piogge il rischio concreto è quello della diffusione di epidemie di colera e gastroenteriti che aumentano la pressione su in sistema già fragile.

Ljubica Ledenski, direttrice del Centro di EMERGENCY a Nyala, Sud Darfur

L’impatto della guerra nel Golfo sugli aiuti umanitari

Alla situazione già grave nel Paese va ad aggiungersi l’impatto dell’attuale guerra nel Golfo che con la chiusura dello stretto di Hormuz, rischia di avere ricadute sull’approvvigionamento di materiali, primi tra tutti i farmaci.

Al momento un carico di medicinali di EMERGENCY è bloccato a Dubai. Anche il costo del carburante, fondamentale per alimentare i generatori con cui vengono portate avanti le attività, è in aumento a causa delle chiusure dovute al conflitto.

Non ci siamo mai fermati perché sapevamo che la popolazione aveva bisogno di cure. Quando è scoppiata la guerra sono riuscito a trasferire la mia famiglia fuori Paese mentre, per poter offrire il mio totale supporto al progetto e vista la situazione di rischio in città, io mi sono stabilito in ospedale; mia moglie era incinta. Non ho visto il nostro bambino finché non ha compiuto otto mesi. Eravamo l’unica struttura funzionante nella zona, non potevamo andarcene. Quello che spero per il mio Paese è semplice: che la guerra finisca. Tante persone stanno soffrendo, anche lontano dalle zone di combattimento. Abbiamo bisogno di tornare a una vita normale, abbiamo bisogno di pace. E soprattutto di non essere dimenticati.

Samir Ibrahim, coordinatore della logistica di EMERGENCY a Khartoum

Cosa fa EMERGENCY in Sudan

Siamo presenti a Khartoum con il Centro Salam di cardiochirurgia e con un Ambulatorio e reparto pediatrico; con un Centro pediatrico a Port Sudan, nello stato del Mar Rosso e uno a Nyala, in Sud Darfur. Gestendo, inoltre, degli Ambulatori cardiologici Ad Atbara nel nord-est del Paese, a Kassala, vicino al confine con l’Eritrea, e a Gedaref, a sud-est.