Non ha mai vissuto la guerra, ma ne porta addosso i segni ogni giorno
Ha notato un oggetto nelle mani dei suoi amici: sembrava un giocattolo. Non sapeva che si trattasse della testa di un mortaio, un residuato della guerra tra Iran e Iraq. Così, ha deciso di portarlo a casa per giocarci. Il giorno seguente, l’esplosione.
Kiwar e sua sorella vengono colpiti al volto e alle gambe. Kiwar, a soli 5 anni, perde anche la mano sinistra.
Prima avevano provato a scuotere l’oggetto, ma non riuscendo ad aprirlo, lo avevano colpito con una pietra provocando la detonazione.
Le facce e i corpi ricoperti di sangue, la corsa in ospedale. Entrambi hanno dovuto superare momenti difficili in diverse strutture.
Oltre a una serie di interventi a cui nel tempo si è dovuto sottoporre, quell’incidente ha provocato a Kiwar danni importanti anche agli occhi, che hanno richiesto trattamenti complessi.
A cinque mesi dall’amputazione, è arrivato insieme alla madre nel nostro Centro per prendere le impronte per la prima protesi. Quando gliel’abbiamo infilata, la osservava con curiosità, cercando di capire come imparare a usarla.
“Ha provato subito a usarla aprendo anche una porta”, ci ha detto il nostro staff del Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale a Sulaimaniya, nel Kurdistan iracheno.
Nonostante il dolore e il trauma, la famiglia continua a fare tutto il possibile per garantire a Kiwar un futuro migliore.
Quelle che Kiwar porta sul suo corpo sono le conseguenze a lungo termine di una guerra che lui non ha mai vissuto, ma di cui porta addosso i segni ogni giorno.
I pazienti vittime di mine e residuati bellici che curiamo da oltre 30 anni in Kurdistan ci raccontano una verità della guerra che spesso si fatica a comprendere veramente: il conflitto non finisce mai davvero con un trattato di pace o con il cessate il fuoco.
Anche quando le bombe tacciono e quando sembra che tutto ritorni alla vita normale.
Per bambini come Kiwar e per milioni di persone in Iraq e nel mondo il “fronte” è ovunque: in un campo dove si corre, tra le mani di un amico, in un oggetto metallico che sembra un giocattolo e che invece è un proiettile inesploso rimasto in attesa per decenni.
Il suo corpo è la testimonianza vivente di come la guerra allunghi la sua ombra attraverso le generazioni, anche quando le armi sono state ufficialmente deposte.

Perché nessuna guerra è davvero finita finché un bambino non può correre o giocare libero in un prato senza la paura di incappare in una mina.