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L’Iraq e il Kurdistan sotto la minaccia di una nuova crisi | La testimonianza da Sulaimaniya

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Con l’avvio della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, anche l’Iraq è tornato prepotentemente al centro dello scacchiere geopolitico mediorientale. Il Paese, compresa la regione del Kurdistan iracheno, ha già attraversato decenni di guerre e conflitti; le tensioni nei Paesi vicini continuano ancora oggi a influenzare profondamente la vita quotidiana della popolazione.

Da marzo l’escalation è cresciuta in modo esponenziale, attacchi e contrattacchi che continuano in diverse aree: l’Iran e le milizie sciite filo-iraniane hanno preso di mira forze e basi statunitensi, ma anche gruppi dell’opposizione iraniana ospitati nella Regione del Kurdistan, in particolare nelle aree di Duhok, Erbil e Sulaimaniya.

Sono state colpite anche basi dei Peshmerga e torri di telecomunicazione lungo il confine iraniano.

Nell’Iraq federale, diverse operazioni aeree condotte dalle forze statunitensi hanno preso di mira posizioni delle milizie sciite nelle province di Diyala, Kirkuk e Anbar, oltre che lungo il confine con Siria.

Razzi e droni vengono spesso sentiti — e talvolta anche visti — sorvolare le aree abitate.

Lo spazio aereo iracheno è stato chiuso, la produzione di gas in alcuni giacimenti è diminuita e la fornitura di elettricità è limitata a 5–10 ore al giorno. Molte famiglie dipendono ormai dai generatori. Anche le operazioni nei campi petroliferi e le esportazioni sono state sospese, scuole e università hanno chiuso per precauzione, interrompendo il percorso educativo e mettendone a rischio la continuità.

Nei miei trent’anni di esperienza con EMERGENCY — che nella regione del Kurdistan iracheno offre protesi e fisioterapia gratuite alle vittime di mine e percorsi di riabilitazione per le persone con disabilità — ho potuto constatare quanto sia fondamentale garantire la continuità dell’accesso alle cure anche in momenti di crisi come questo, soprattutto in un contesto in cui il sistema sanitario pubblico è fragile e non esistono sistemi diffusi di assicurazione sanitaria.

Il Centro è una delle poche strutture specializzate e gratuite nella zona ed è diventato negli anni un punto di riferimento non solo per l’Iraq, ma anche per pazienti provenienti da Siria e Iran.

Dall’ottobre 2024 i ritardi nella formazione di un nuovo governo e la competizione politica tra la Regione del Kurdistan e il governo federale iracheno hanno provocato ritardi nel pagamento degli stipendi pubblici, carenze di bilancio e forti pressioni sulla società civile. Destinare le poche risorse rimaste alla difesa o all’emergenza bellica rischierebbe di essere il colpo finale. L’aumento dei prezzi delle materie prime escluderebbe definitivamente migliaia di famiglie dalla possibilità di una vita dignitosa.

L’instabilità, inoltre, costringe molti giovani a tentare viaggi pericolosi verso l’Europa in cerca di sicurezza e dignità. Alcuni rimangono intrappolati o vengono sequestrati dai trafficanti, che chiedono alle famiglie somme ingenti per la loro liberazione — un segnale della disperazione causata da anni di insicurezza.

Le cronache riportano che un drone ha colpito una base statunitense a Erbil; nelle scorse ore anche la base italiana ha subito danni.

Proprio a Erbil EMERGENCY ha gestito fino al 2017 un Centro di chirurgia di guerra — anche nei mesi più duri della battaglia di Mosul — rispondendo ai bisogni sanitari di una popolazione che si trovava improvvisamente senza accesso agli ospedali, spesso distrutti o non funzionanti.

L’Iraq, compreso il Kurdistan iracheno dove si trova il nostro Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale, sta uscendo a fatica da decenni di violenza.

Questa nuova escalation rischia di cancellare i piccoli e fragili progressi compiuti in una terra già satura di dolore.

L’eredità della guerra

Le vittime che curiamo nel nostro Centro portano addosso i segni indelebili della guerra. L’Iraq rimane uno dei Paesi più minati al mondo: mine e ordigni inesplosi, eredità dei conflitti passati, continuano a uccidere e mutilare civili, soprattutto agricoltori e bambini.
Un’altra guerra significherebbe nuove mine, nuovi ordigni inesplosi e, inevitabilmente, nuove amputazioni e nuove disabilità, con un ulteriore peso sui servizi sanitari e di riabilitazione. Le persone che vivono in questa regione meritano la pace e la possibilità di ricostruire le proprie vite.

Le nuove generazioni hanno il diritto di crescere in sicurezza, salute e speranza. 

— Shadman Murad Khan, Direttore del Centro di riabilitazione di EMERGENCY a Sulaimaniya, Kurdistan iracheno