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Afghanistan | Oltre la polvere

Afghanistan: il sedimento di una crisi infinita

In Afghanistan, la crisi umanitaria si è sedimentata in ogni angolo della vita quotidiana.

Cinque anni dopo l’agosto 2021, il Paese resta ancora sospeso in un eterno presente, dove la crisi economica profonda moltiplica anche i bisogni sanitari. La povertà tocca livelli estremi, e priva le famiglie anche dei mezzi essenziali per sopravvivere.

Negli ultimi anni, la progressiva riapertura delle vie di comunicazione e l’assenza di restrizioni hanno determinato un aumento significativo della mobilità interna, quasi inesistente prima del 2021.

“La crisi economica ha reso i trasporti una trappola: la povertà costringe le persone a usare  mezzi di fortuna per spostarsi, su strade senza alcuna protezione. Incidenti stradali, infortuni domestici ed emergenze sanitarie non direttamente legati alla guerra vengono aggravati da infrastrutture inadeguate e da un accesso alle cure reso estremamente difficile a causa di barriere geografiche, sociali, economiche.” 

Se da un lato i feriti che riportano ferite ricollegabili a cause di guerra (mine, armi da fuoco o da taglio…) continuano a varcare la soglia dei nostri ospedali – conseguenza di tensioni mai sopite lungo i confini e di esplosioni che avvengono soprattutto nelle aree urbane più affollate – al tempo stesso gestiamo una dimensione di bisogni rimasta trascurata per decenni a causa delle urgenze sanitarie dettate dal conflitto.

Il lavoro di EMERGENCY a Lashkar-gah 

Dalla cessazione ufficiale degli scontri, in tutto il Paese e anche nella regione dell’Helmand – teatro di alcune delle battaglie più dure degli ultimi decenni della guerra – abbiamo adattato una presenza quasi trentennale alle necessità sanitarie della popolazione.

Il Centro chirurgico di EMERGENCY a Lashkar-gah, attivo dal 2004, è un punto di riferimento gratuito e specializzato per la gestione di traumi complessi nell’area.
  
In un territorio segnato dall’instabilità, le nostre porte sono rimaste aperte, senza interruzioni, per offrire cure gratuite e di qualità.
 
“Per molti afgani e afgane, la povertà è un muro invalicabile: mettersi in viaggio verso un ospedale a volte rappresenta un lusso insostenibile. Si aspetta, si spera che il dolore passi, ma intanto l’osso si salda male, l’infezione striscia nei tessuti o il trauma cranico degenera. Quello che era un danno risolvibile, spesso diventa così una disabilità permanente. Noi siamo qui per restituire salute e dignità a chi ne ha bisogno, con l’unico obiettivo di vedere le persone tornare a camminare, lavorare, vivere. Senza che debbano darci nulla indietro.”

La storia di Ahmad 

Ahmad ha 9 anni e vive in un villaggio alla periferia di Lashkar-gah.  

Ogni mattina, per andare a scuola, attraversa una strada di terra. Non ci sono marciapiedi, non c’è segnaletica. Esiste solo ghiaia mista a sabbia, le buche profonde e la velocità dei veicoli che sfrecciano alzando cumuli di polvere.  

In Afghanistan la rete stradale è lo specchio di decenni di guerra: su 21.000 chilometri di percorsi, solo 7.000 sono asfaltati secondo gli ultimi report disponibili. 

Quel giorno, Ahmad non è mai arrivato a scuola.

Un’auto ha perso il controllo su un tratto di strada dissestato, invadendo la corsia opposta in un violento scontro frontale. Nell’impatto, una delle vetture è stata sbalzata ai margini della carreggiata, travolgendo Ahmad.



A nulla è valsa la frenata tra le nuvole di polvere che avvolgono laRing Road, la strada che collega le principali città di Herat, Helmand, Kandahar e Kabul. 

Una via di comunicazione frenetica e caotica, passaggio obbligato per chiunque voglia sfuggire all’isolamento dei villaggi rurali: un fiume di vite in movimento, dove la fretta si scontra con la fragilità di un terreno che non ha mai smesso di sgretolarsi, logorato dal peso dei convogli militari e dall’assenza di manutenzione. 

“Percorrendo lunghe distanze su autobus e mezzi privati in condizioni precarie, gli afgani si sono ritrovati coinvolti in incidenti di massa nella provincia di Helmand, spesso con esiti fatali sul luogo dell’impatto. Nel 2025, su un totale di 4.632 ricoverati, il 48,5% riportava traumi e lesioni per incidenti stradali.

Ahmad è entrato nel nostro pronto soccorso incosciente, tra le braccia del padre che è stato chiamato da alcuni vicini ed è accorso per soccorrere il figlio. Lo abbiamo immediatamente adagiato sulla barella, attivando il codice rosso.



Il quadro clinico era critico: un trauma cranico commotivo, una frattura esposta alla gamba e diverse escoriazioni profonde, ancora sature della polvere della strada.  

Mentre il monitor iniziava a scandire i suoi parametri, i segni dell’impatto apparivano in tutta la loro violenza sotto le luci della sala emergenze.



Nemmeno un’ora dopo, Ahmad era adagiato sul tavolo operatorio. 

Abbiamo lavorato per ore nel tentativo di ricomporre ciò che l’impatto aveva distrutto. Il primo passo è stato il cosiddetto‘debridement’: una pulizia ripetuta delle ferite per rimuovere ogni singolo granello di quella polvere che, in Afghanistan, è uno dei motivi principale di infezioni letali. Poi è toccato alla gamba. Abbiamo stabilizzato la frattura con un fissatore esterno, una struttura metallica necessaria a tenere in asse l’osso in attesa che i tessuti smettano di gonfiarsi.”

La guarigione di Ahmad è proseguita nella nostra sala di fisioterapia.   

All’inizio, il volto di Ahmad comunicava solouna muta rassegnazione, lo sguardo spento di chi ha visto il proprio mondo crollare in un istante.

Ogni minimo movimento si portava dietro la rabbia di non riuscire a stare in piedi e il pianto di fronte a esercizi che sembravano ostacoli insormontabili.



Eppure, un giorno dopo l’altro, un passo dopo l’altro, la sua andatura si è fatta più decisa, il passo più spedito. 

“In molte strutture, il percorso si interrompe appena dopo la sala operatoria: una volta dimesso, il paziente è spesso abbandonato a se stesso, condannato a una sedia a rotelle o a una stampella per mancanza di mezzi e supporto.Noi crediamo che la vera guarigione coincida solo con la riconquista dell’autonomia. Per questo, il ruolo della fisioterapia è centrale: è il ponte che collega il letto d’ospedale al primo passo fuori dai nostri cancelli. Un supporto costante che continua anche dopo le dimissioni, garantendo che nessuno sia lasciato solo nel momento più difficile: quello del ritorno alla vita quotidiana.” 

L’ultimo giorno di ricovero, Ahmad ha percorso da solo l’intero corridoio dell’ospedale, aiutato solo da una stampella.  

Oltrepassatala soglia del giardino, finalmente all’aria aperta, ad aspettarlo c’erano il padre e la sorella.

“Un giardino curato, la luce naturale e un orizzonte aperto non sono ‘accessori’, ma strumenti terapeutici fondamentali. In un contesto dove il trauma è spesso legato a spazi inospitali, chiusi, polverosi o segnati dalla distruzione, offrire la bellezza di un’area verde significa permettere ai pazienti di vivere la degenza in un’oasi di bellezza che riconosce rispetto e dignità.”

Non abbandoniamo l’Afghanistan.

La storia di Ahmad

Le illustrazioni sono di Marco Paci

Dal 1997 lavora come illustratore e fumettista freelance per editori, enti e istituzioni in Italia e Francia. I suoi libri ricevono vari riconoscimenti, come il Premio Andersen 2017, il Premio Rodari 2019, il Premio Procida 2020 e sono selezionati tra i White Ravens della Frankfurter Buchmesse. Scrive e disegna La secchia rapita o dell’insensatezza della guerra (Minerva, 2022) e Il peso delle pietre, romanzo a fumetti sulla deportazione politica (BeccoGiallo, 2026). Dal 2004 è attivo anche in ambito teatrale, intrecciando il disegno con le arti performative. Racconta storie di migrazione, contro le guerre e le discriminazioni, immaginando un mondo migliore.

l progetto è parte dell’Iniziativa di Emergenza a sostegno delle attività salvavita dell’ospedale di EMERGENCY a Lashkar-Gah, finanziata dal 31 maggio 2024 al 20 giugno 2027 dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo – AICS Islamabad con un contributo di €3.197.813.