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Italia in seconda linea? | QB Quotidiano Bellico del 19 marzo

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Italia in seconda linea? 

Le missioni militari all’estero sempre più coinvolte nella guerra: sotto le bombe in Libano, Iraq e Kuwait, rispondiamo al fuoco nel Mar Rosso e pronti a combattere a ridosso della Russia. Ben oltre quello che ci permette la Costituzione.

Nelle basi militari italiane “attaccate” in Kuwait, in Iraq e in Libano c’è massima allerta e aria di smobilitazione, “non possiamo infilarci nella guerra” dice il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. L’Italia non vuole ritrovarsi in “prima linea” dopo che occupa stabilmente “la seconda” e quando fioccano i missili è un attimo finire coinvolti. Ma cosa è “la seconda linea”? In Libano ci siamo con l’ONU praticamente dal 1978 in varie forme. Dal 2014 (in teoria contro ISIS) siamo a Erbil in Iraq nella zona curda del Nord-Est, con 280 uomini per formare e assistere le truppe e poi con una base aerea di supporto in Kuwait. Sono le due basi attaccate in questi giorni. Siamo con la NATO ancora in Bosnia, Kossovo e Serbia, siamo con la NATO in pattugliamento nel Mediterraneo dagli attacchi a New York del 2001; e soprattutto siamo nell’Est Europa con tre “Battle Groups” a ridosso del confine russo.

Lo spiega su il Messaggero un reportage di Nicola Pinna a Mokren, in Bulgaria, dove l’esercito italiano comanda il Multinational Battle Group messo in campo dalla NATO dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014 come “Enhanced Forward Presence” – ovvero “postura avanzata, difensiva e proporzionata dell’Alleanza sul fianco orientale, integrata nella catena di comando NATO e pronta a un rapido rinforzo” come recitano i documenti. Il ministero della Difesa conta circa 750 soldati in Bulgaria e poco meno di 600 in Lettonia e Ungheria, dove partecipiamo ad altri due “Battle Groups” con le nostre truppe d’élite: Brigata alpina Taurinense, Battaglione San Marco, paracadutisti del Tuscania, genio guastatori e brigate meccanizzate Aosta e Pinerolo.

“È una specie di seconda linea alla quale anche l’Italia partecipa con molti uomini e molte armi – sintetizza il giornalista –, è la trincea bis dove si usano quotidianamente bombe potentissime. Ma di tutte queste esplosioni il bersaglio sente solo il rimbombo”. E chi è il bersaglio? Sono i russi al di là del Mar Nero, che dovrebbero sentire forte e chiaro il messaggio di quella che il giornalista chiama “una versione nuova della guerra fredda, una sfida preventiva ma non troppo”. D’altronde il titolo dell’articolo non lascia dubbi: “A Est la guerra dimenticata, quell’Italia che difende i confini”. Siamo in “pre-guerra” come spiega un capitano dell’esercito: “aggiornamento continuo quotidiano, e spesso più volte al giorno, assolutamente necessario, solo così abbiamo sotto controllo la situazione e siamo pronti a fronteggiare ogni tipo di imprevisto”. Pronti a combattere, se servisse. Ma siamo sicuri che la Costituzione lo permetta?

La domanda vale anche per le missioni navali che Trump vorrebbe dirottassimo su Hormuz, dove in realtà siamo già da anni con una missione che si chiama AGENOR e di cui abbiamo avuto il comando fino a gennaio del 2023, con “193 unità, 1 unità navale e 2 assetti aerei” dice il Ministero. Dove sono finiti questi uomini e mezzi? Abbiamo poi nell’area altre 4 missioni navali: European Union Naval Forces (EUNAVFOR) Somalia ATALANTA, la missione europea contro la pirateria somala con una nave, due aerei e 200 uomini, più altri 150 per addestrare l’esercito locale; poi ci sono le missioni EUNAVFOR ASPIDES, la più grande, per “salvaguardare la libertà di navigazione e proteggere il naviglio mercantile e commerciale in transito nello spazio di mare che include il Mar Rosso, il Golfo di Aden, il Mar Arabico, il Golfo di Oman e il Golfo Persico” con 3 unità navali, 5 mezzi aerei e 642 uomini, in condivisione con le altre operazioni EMASOH e soprattutto la Combined Maritime Forces (CMF) che viene coordinata dalla base navale USA in Bahrein oggetto del numero più cospicuo di attacchi iraniani nelle ultime settimane.

Più che una seconda linea, questa già si configura come una prima linea e da tempo, come spiegava il Capo di Stato Maggiore della Marina militare, l’Ammiraglio Enrico Credendino, nell’ottobre 2024 a La Stampa: “Abbiamo fatto fuoco contro bersagli nemici per la prima volta dal 1945, siamo pronti a tutto”. E ancora: “Nel Mar Rosso siamo in una situazione di guerra. Le nostre navi in tutto hanno abbattuto 8 droni Houthi: 3 con le mitragliere di bordo e 5 con i missili. Ci siamo trovati a utilizzare missili da milioni di euro per abbattere oggetti che costano meno di 50mila euro. Insostenibile”. Sei mesi fa in un’intervista a la Repubblica: “Lo sforzo della Marina è iniziato con l’invasione dell’Ucraina, che ha visto l’aumento della flotta russa nel Mediterraneo: ci sono stati fino a tre sottomarini, di cui uno a propulsione nucleare con missili balistici, in azione contemporaneamente e abbiamo dovuto seguirli. Poi quando gli Houti nell’autunno 2023 hanno cominciato a colpire il traffico mercantile, si è aggiunto l’impegno sotto bandiera Ue nel Mar Rosso: è stata la prima missione combat dalla fine della Seconda guerra mondiale. Gli ultimi attacchi sono avvenuti quattro settimane fa: uno sciame formato da droni e da un missile Cruise è stato respinto dal cacciatorpediniere Duilio con i suoi missili e da una squadriglia di velivoli americani, diretti dalla nostra nave”. “Gli aerei statunitensi in combattimento sotto controllo italiano?” chiede l’intervistatore Gianluca Di Feo. “È accaduto più volte. L’esordio risale a diversi mesi fa, quando una formazione di droni si è mossa verso la loro portaerei. Era il periodo dei monsoni, con condizioni meteo terribili, e i radar della loro ammiraglia non riuscivano a seguirli: più a nord c’era il cacciatorpediniere Duilio che aveva una buona visibilità e gli hanno affidato il controllo di una coppia di intercettori, che sotto la guida del Duilio hanno abbattuto tutti i sei ordigni”.

La principale preoccupazione dell’Ammiraglio nelle interviste non è quella dell’articolo 11 della Costituzione che vieta di combattere nel Mar Rosso e ovunque, semmai è preoccupato di non poter continuare a farlo per mancanza di mezzi, armi e soldi: “a questi ritmi questo sforzo può durare per 3-4 anni, non oltre”, fa sapere.
Nel podcast “Ho detto R1PUD1A”, di Claudio Jampaglia e Giuseppe Mazza, erano già segnalati questi episodi che raccontano perfettamente come la “seconda linea” possa diventare “prima linea” molto rapidamente: alleanze e missioni militari si presentano come monitoraggio, prevenzione ma poi diventano “combat” quando serve.

FONTI

Il messaggero: https://www.ilmessaggero.it/mondo/bulgaria_guerra_dimenticata_italia_carri_armati_missili-9417872.html 

Ministero Difesa: operazioni militari all’estero https://www.difesa.it/operazionimilitari/op-intern-corso/index.html  

Missione Stretto Hormuz – Agenor: https://www.difesa.it/operazionimilitari/op-intern-corso/stretto-di-hormuz/index.html  

la Repubblica e La Stampa – interviste Ammiraglio Credendino: https://www.lastampa.it/esteri/2024/10/02/news/guerra_medio_oriente_credendino_capo_marina-14681342/  https://www.repubblica.it/esteri/2025/03/06/news/intervista_enrico_credendino_capo_stato_maggiore_marina_italiana-424044792/  

Ho detto R1PUD1A – il podcast: https://www.ripudia.it/podcast/

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