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“In ‘Via del Campo’ succede questo”

La Sierra Leone è uno dei paesi più poveri al mondo: circa il 75% della popolazione vive in condizioni di povertà e oltre un quarto delle persone non può permettersi una dieta di base, con livelli allarmanti di insicurezza alimentare e malnutrizione infantile.

Povertà e disuguaglianze sociali si riflettono direttamente sul diritto alla salute: il sistema sanitario nazionale è in uno stato di profonda fragilità, segnato da decenni di instabilità politico-economica e aggravata anche dall’epidemia di Ebola del 2014.

L’accesso alle cure particolarmente difficile, soprattutto nelle aree rurali.

Dal 2001 siamo presenti in Sierra Leone per offrire alla popolazione cure medico-chirurgiche gratuite e di qualità: il nostro Centro chirurgico di Goderich è un punto di riferimento nazionale per la traumatologia.

Nel 2025 abbiamo effettuato più quasi 1.800 interventi chirurgici. Gli incidenti stradali rappresentano una grave emergenza di salute pubblica nel Paese: chi ne è vittima rappresenta il 40% degli oltre 800 pazienti ricoverati per traumi nell’arco di un anno.

“In ‘Via del Campo’ succede questo”

Con me ci sono il dottor Mustagh, ortopedico arrivato direttamente dall’Afghanistan per darci una mano, e il dottor Addisu, volato dall’Etiopia per offrire la sua dedizione e la sua professionalità nel nostro Centro chirurgico in Sierra Leone e il fisioterapista Foday, oltre agli infermieri in turno.

Un piccolo gruppo, venuto da parti diverse del mondo, riunito attorno allo stesso letto.

Dall’ingresso nel nostro Centro era chiara a tutti noi la gravità della ferita di Abdul, così lo chiameremo. Sporca, infetta, troppo difficile da risanare.

L’amputazione non era una scelta, ma l’unica strada per salvargli la vita. Ma Abdul non si è mai lamentato.

Nessuna rabbia. Nessuna domanda.

Solo uno sguardo lucido, presente. Un’accettazione silenziosa, che mi colpiva più di mille parole.

In Sierra Leone si vive in un equilibrio fragile: dal momento in cui si esce di casa al mattino per guadagnare quanto basta per mangiare fino alla sera, quando si torna a casa dopo una lunga giornata.

La città è frenetica e le strade non sono sicure. I mezzi di trasporto sono spesso vecchi cheche, apecar trasformati in taxi stipati di persone, e le vie di comunicazione sono spesso in pessimo stato.

Mamme con i bambini legati alla schiena, bambini che vanno o tornano da scuola, venditori ambulanti, mendicanti… Le strade sono affollate da migliaia di persone che spesso finiscono vittime di incidenti stradali.

Ogni mattina, durante il medical meeting, ascolto il racconto del medico di guardia la notte.

Cambiano i nomi, ma la storia è sempre la stessa:
“Stava attraversando la strada.”
“Stava tornando a casa.”
“Era su un cheche dopo una lunga giornata di lavoro. Per uno o due dollari.”

Così, ci troviamo di fronte a fratture di ogni tipo: anca, femore, tibia, perone. I più fortunati se la cavavano con un gesso.

Poi ci sono pazienti come Abdul. Con ferite contaminate, instabili. Quelli per cui l’unica possibilità è “tagliare”.

Sala operatoria. Amputazione tibiale, a volte femorale. Nei casi peggiori, disarticolazione d’anca.

Dopo l’intervento chirurgico, giorno dopo giorno il suo moncone reagisce alle cure antibiotiche. L’infezione arretra. I tessuti rispondono. E lentamente si apre la possibilità del passo successivo: la chiusura chirurgica della ferita.

Nel frattempo Abdul è concentratissimo sugli esercizi assegnati. Li esegue tutti. Anche i più semplici. E mentre si allena, cerca sempre uno sguardo, un cenno di approvazione.

Ha bisogno di una pacca sulla spalla a cui aggrapparsi per restare saldo alla vita.

 Per provare, con dignità, a tornare a una qualche normalità.

Vuole combattere. I suoi occhi sprigionano una forza che non avrei mai immaginato.

Dal primo giorno dopo l’amputazione ha il sorriso sul volto. Anche quando il dolore si fa intenso. Anche quando la consapevolezza di ciò che hai perso ti colpisce senza pietà.

Abdul sorride. Si allena. Vuole scendere subito dal letto per andare a sentire il sole caldo della sua terra. Anche in carrozzina.

In palestra è sempre il primo: “Doctor Stefano… quando tocca a me?”

Alle parallele sta in piedi su una gamba sola: dieci secondi. Poi trenta. Poi un minuto.

Stampelle. Dopo poco più di due settimane attraversa l’ospedale come se fosse nato così.

È pronto per tornare dalla sua famiglia, Abdul. Per continuare a essere padre. Per provare di nuovo a portare del riso in tavola.

Nel nostro ospedale c’è una targa con su scritto: Via del Campo.

Forse Abdul non conoscerà mai questa canzone, ma nella sua storia riecheggia il senso più profondo dei suoi versi.

Perché passando da Via del Campo succede questo: trovi una forza che non sapevi esistesse.

Vai per dare una mano e torni con insegnamenti che nessun corso potrà mai offrirti.

Succede che impari a godere delle cose piccole.
Della salute.
Della fortuna di svegliarti al mattino e poter ancora camminare sulle tue gambe.

— Stefano, fisioterapista di EMERGENCY

La nostra “Via del Campo” in Sierra Leone racconta una storia di amicizia e solidarietà: dopo la morte di Fabrizio de André a gennaio del ‘99, la somma raccolta dalla messa all’asta della sua mitica chitarra, la Esteve, si è trasformata in un sostegno concreto alle attività di EMERGENCY da parte della famiglia e dei tantissimi amici di Faber.