“Chi me lo ha fatto fare?”

Alcune mattine mi capitava di svegliarmi con questa domanda in testa. Il segnale che la stanchezza cominciava a prendere il sopravvento. E che avrei avuto bisogno di un po’ di riposo.

“Chi me lo ha fatto fare?”

La domanda continuava a ronzarmi in testa anche in Pronto soccorso, quella sera che è arrivato un anziano pastore con un trauma provocato da una mucca colpita dall’esplosione di una mina e scaraventata dall’onda d’urto.

C’era un vero e proprio macello in Pronto soccorso, quella sera: un paziente con una scheggia metallica grossa come un quaderno conficcata tra gli occhi, un altro con la guancia sinistra aperta… Dallo squarcio si vedeva tutta l’arcata dentale inferiore.

E poi lui: un bambino ferito di nemmeno 10 anni. I residui metallici di un ordigno ancora sul cranio, un avambraccio esploso, un volto troppo gonfio anche per la maschera dell’ossigeno, gli occhi completamente fuori dalle orbite.

Accanto a quel bambino, suo nonno. “La prego… può dare a mio nipote i miei occhi? A me, ormai, servono solo per piangere”. Continuava a ripetermi questo. L’unica cosa che riusciva a dire.

In una frazione di secondo, la domanda con cui mi ero svegliato è svanita per sempre dalla mia testa.

La sua, invece, continuo a ripetermela dentro da giorni. E non se ne è ancora andata.

— Alberto, Coordinatore medico di EMERGENCY in Afghanistan

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