Artemisia Gentileschi – Bellezza e arte per rivendicare la propria Libertà

Tra le più importanti pittrici italiane. A soli sei anni Artemisia già conosceva le tecniche del colore, sapeva mescolare e impastare pigmenti e, in breve tempo, passò dal dipingere per diletto a diventare una collaboratrice del padre, in un’epoca in cui le donne non potevano frequentare alcuna scuola d’arte.

Trascorse l’infanzia a Roma, dove Orazio Gentileschi si era trasferito in cerca di incarichi presso la corte pontificia, nell’epoca in cui papa Gregorio XII e papa Sisto V stavano dando un grande impulso artistico alla città, e si andavano costruendo numerose chiese e monumenti religiosi nel quartiere che va da piazza di Spagna e Santa Maria del Popolo, zona che pullulava di artisti e in cui risiedeva anche la famiglia Gentileschi.

La loro casa era frequentata da artisti famosi, tra cui anche il celebre Caravaggio.

Nel 1611 il Gentileschi riceve un prestigioso incarico insieme ad Agostino Tassi, detto “Lo Smargiasso”, che aveva grande fama di imbroglione. Giunto a Roma era riuscito a liberarsi del suo cognome originale, che era Buonamici, assumendo quello del mecenate che lo proteggeva a Roma, il conte Tassi, che lo apprezzava per la sua abilità nel disegno prospettico, creando nei suoi dipinti e affreschi l’illusione della profondità e dei volumi.

Durante il periodo in cui Orazio Gentileschi e Agostino lavorarono insieme divennero amici. E per tutta la primavera e l’estate capitava spesso che finito di dipingere Agostino frequentasse casa di Orazio, dove ebbe modo di conoscere la giovane Artemisia, alla quale diede anche lezioni di pittura sulla prospettiva. Agostino Tassi s’invaghì della ragazza, tanto che cercò più volte di convincerla a concedersi a lui, anche con le minacce. Nonostante i continui rifiuti, un giorno, con la complicità di Tuzia, una vicina di casa che si prendeva cura di Artemisia in assenza del padre, Agostino si introdusse nella stanza della ragazza e abusò di lei. Artemisia rimarrà profondamente scossa sia dalla violenza che dal tradimento di quella che considerava un’amica.

Le vicende successive allo stupro furono molto dolorose per la pittrice. Da vittima si trovò quasi a essere trattata da colpevole. Dovette subire umiliazioni pubbliche e confermare la sua versione sotto la tremenda tortura delle sibille, delle corde sottili che stritolavano i pollici causando un dolore immenso e rischiando di compromettere le sue delicate mani da pittrice.

Il processo si concluse dunque con una lieve condanna del Tassi, e una grande umiliazione per Artemisia che si vide imporre dal padre un matrimonio riparatore con tale Pietro Antonio Stiattesi, un modesto pittore e un pessimo amministratore del patrimonio famigliare, col quale ebbe quattro figli e da cui si separò perché aveva speso tutti i guadagni di Artemisia, mandando sul lastrico la famiglia.

Da quel momento Artemisia decise di fare da sé: iniziò a prendersi cura dei figli e della propria carriera firmandosi orgogliosamente “Madonna Artemisia Lomi pittora in suo nome proprio”.

Negli anni successivi, la carriera di Artemisia fu eccellente e le permise di riscattarsi presso le maggiori corti d’Europa. La donna contrattava di persona i suoi compensi, arrivò persino ad assumere suo fratello come segretario, raro caso di un uomo al servizio di una donna, in un’epoca dove le donne spesso nemmeno potevano dipingere. Artemisia riuscì a tornare a Roma, fra il
1620 e il 1626, da cui era fuggita nel disonore ma che ora la accoglieva come artista stimata e donna di fama.

Tra i tanti quadri celebri di Artemisia il più misterioso e affascinante resta la tela che ritrae “Giuditta che decapita Oloferne”. Un quadro che interpreta in modo rivoluzionario un tema biblico già dipinto da Caravaggio e altri famosi pittori, ma che nelle mani di Artemisia diventò un modo per rivendicare sé stessa e la forza ribelle delle donne attraverso l’arte, liberandosi dai soprusi di un modo dominato prevalentemente dagli uomini.

Curiosità: nello stile e in alcuni atteggiamenti, il personaggio del manga “Arte” di Arte Spalletti è parzialmente ispirato alla stessa Artemisia.

Chi si è lasciato ispirare? Alla figura di Artemisia Gentileschi sono stati dedicati diversi romanzi: Artemisia di Anna Banti (1947) e l’omonimo di Alexandra Lapierre (1998); infine La Passione di Artemisia di Susan Vreeland (2002). Nella cinematografia si segnalano: Artemisia – Passione estrema (Artemisia) diretto da Agnés Merlet (1997); il documentario Artemisia Gentileschi, pittrice guerriera (2020).

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