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Questa è la disperazione che l’Europa continua a ignorare

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“Credevo di aver visto tutto in Nigeria con Boko Haram, pensavo di aver sopportato le cose peggiori del mondo. Ma mi sbagliavo, non avevo ancora visto la Libia.”

Shock traumatico, ustioni, ferite da arma da fuoco, ipotermia e disidratazione. Ecco cosa raccontano la nostra infermiera Gabriella e il nostro mediatore culturale Ahmed a bordo di Open Arms, che all’alba ha soccorso nel Mediterraneo un gommone su cui viaggiavano 73 persone: 69 uomini, 4 donne di cui 2 bambini di 4 e 3 anni e 24 minori non accompagnati.

Le loro storie, come anche quelle raccontate dal nostro mediatore culturale Bader, sono disperate: un uomo che proviene dal Ciad ha una ferita da arma da fuoco al piede, subìta pochi giorni fa.

Una milizia ha attaccato il centro dove ero prigioniero in Libia, volevano catturarci e ho provato a fuggire, ma mi hanno sparato addosso” – ci dice.

“La sua ferita è piuttosto seria – spiega Gabriella mentre procede con le prime medicazioni.

Tra i più piccoli c’è anche Fatima, insieme a sua mamma. Anche loro, dopo l’uccisione del marito in Nigeria per mano di Boko Haram, sono rimaste bloccate in Libia per 3 anni.

Sul corpo di Fatima ci sono delle ustioni. “Le hanno gettato addosso dell’acqua bollente” – ci spiega sua madre con lo sguardo perso e gli occhi pieni di lacrime.

Storie devastanti, diritti negati, luoghi di torture e violenze.

Questa è la Libia, con cui l’Italia sigla i propri accordi.

Questa è la disperazione che l’Europa continua a ignorare.