Blog > Dai progetti >

Livorno: in corso lo sbarco della nave Life Support con 142 naufraghi a bordo

Livorno, 22.12.22 – Alle ore 8.15 EMERGENCY ha iniziato lo sbarco dei 142 naufraghi soccorsi nelle notti del 18 e 19 dicembre dalla nave Life Support che è tutt’ora in corso.

I superstiti provengono da Bangladesh, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea, Guinea, Mali, Pakistan, Somalia e si dividono tra 109 uomini; 26 minori non accompagnati di età compresa tra i 13 e i 17 anni; 5 donne – di cui una incinta di 7 mesi; 2 bambini con meno di 2 anni.


Molti naufraghi raccontano di essere stati reclusi arbitrariamente in Libia dove hanno subìto violenze di vario genere.
“In Libia, sono stato arrestato 3 volte – riporta M.H., un uomo pachistano soccorso dalla Life Support –. Mi hanno liberato in cambio di soldi, me li facevo mandare dai miei parenti che vivono in un villaggio molto povero del Kashmir. Si sono dovuti indebitare per potermi aiutare.

“È la prima volta che dormo in due anni – racconta L.C., un ragazzo somalo appena maggiorenne – In Libia lavoravo come muratore per poter sperare di imbarcarmi. La notte stavo sempre con un occhio aperto perché venivano a picchiarmi, quando ne avevano voglia, a volte senza motivo. Adesso, voglio vivere la mia vita, finalmente.”

La nave Life Support era partita da Genova il 13 dicembre scorso, diretta nelle acque del Mediterraneo Centrale per la sua prima missione e per contribuire a salvare vite lungo la rotta migratoria più letale al mondo.

Erano presenti a bordo 28 persone – di cui 18 staff EMERGENCY, 9 marittimi e 1 fotografo-video maker.

Il primo soccorso, di 70 persone, è stato effettuato la notte del 18 dicembre, in acque internazionali della zona SAR libica, mentre il secondo soccorso, di 72 persone, è avvenuto a distanza di 24 ore, sempre di notte, nelle acque internazionali della zona SAR maltese.

Quest’ultimo soccorso ha avuto luogo dopo che la nave Life Support, informate le autorità di tutte le sue attività, aveva ricevuto indicazione del porto di sbarco da parte del Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo. Lungo la rotta verso Livorno, la Life Support è stata informata da Alarm Phone di una seconda imbarcazione in difficoltà ed è quindi intervenuta, così come impone il diritto internazionale. All’arrivo della Life Support, i naufraghi erano in un evidente stato di pericolo.

“Siamo stati più di 30 ore in acqua prima dell’arrivo della nave che ci ha salvati: un’altra ora e saremmo morti – racconta M.H., proveniente dal Pakistan e tra i superstiti del secondo soccorso –. Mentre navigavamo, uno dei ragazzi con noi a bordo è caduto in acqua, senza sapere nuotare. Gli abbiamo lanciato una tanica vuota a cui si è aggrappato. Con la barca così carica abbiamo corso il rischio di ribaltarci, ma non lo abbiamo abbandonato.”

Aggiunge Roberto Maccaroni, coordinatore sanitario della nave Life Support: “Un totale di 72 persone hanno navigato in una barca di 7 metri di lunghezza. Molti di loro hanno viaggiato nella stiva della barca, rannicchiati e schiacciati tra loro al punto che ancora adesso fanno fatica a stare diritti in piedi. Presentano delle contratture muscolari molto dolorose e hanno difficoltà a muoversi.”

“I soccorsi si sono svolti tempestivamente, ma in condizioni complesse – ovvero cattivo tempo, buio notturno e onde di un metro. Le imbarcazioni soccorse erano inoltre sovraffollate, ben oltre la propria capacità di carico, e quindi ad alto rischio di capovolgimento”, dice Carlo Maisano, coordinatore del progetto SAR di EMERGENCY.

Dopo tre giorni di navigazione dall’ultimo soccorso effettuato, la nave Life Support è giunta nel porto indicato dalle autorità, Livorno, dove sta portando avanti le operazioni di sbarco e si prepara da oggi per la sua seconda missione.

“Se un medico viene a conoscenza di una persona che sta male, si ferma per aiutarla, anche se ne ha appena soccorsa una – afferma Pietro Parrino, Direttore del Field Operations Department di EMERGENCY –. Le dichiarazioni del Governo preoccupano: assegnare porti distanti e imporre un massimo di salvataggio a missione significherebbe ridurre l’operatività delle ONG e accettare che aumentino i morti nel nostro mare.”