“Finalmente una mano degna del mio corpo”
Sono queste le prime parole di Emad mentre guarda incredulo la sua nuova protesi. Ha 46 anni e il suo sorriso è sempre dolce.
“Era un giorno di lavoro come tanti. Stavo servendo del tè chai ai tavoli quando vicino al locale è esplosa un’autobomba. Tutti i miei clienti sono morti, alcuni passanti sono rimasti feriti. È in quell’esplosione che ho perso il mio braccio sinistro.
Da quel momento la mia vita è stata un disastro: non riuscivo più a svolgere il mio lavoro, nessuno mi voleva. Come si può fare il cameriere senza una mano? Non ce l’avrei mai fatta senza i miei figli. Forse non sarei nemmeno qui oggi. Il più grande, che viveva a Berlino, è tornato dopo l’incidente, per starmi accanto. Ha lasciato gli studi per me e ora lavora qui come giardiniere.
“È la prima volta per me a Sulaimaniya” – continua a raccontare Emad, che abita a Mosul. “Mi avevano già fatto una protesi, ma non si adattava bene. Questa invece riesco a muoverla veramente, sento che fa parte del mio corpo. Questa sì che è una mano che può essere chiamata tale. Una mano degna del mio corpo.
Nel nostro Centro una protesi non è mai uguale a un’altra: ogni arto viene ricostruito e adattato su ogni singolo corpo, dal colore della pelle alla forma delle dita, in modo che sia confortevole e non provochi dolore.
Prima di tornare a Mosul, Emad ci saluta con la sua nuova mano. Un gesto semplice, che ci riempie di orgoglio.
Il dolore provocato dalla guerra è difficile da rimarginare, le ferite che provoca sono quasi impossibili da risarcire, ma la dignità di un corpo ferito e mutilato viene prima di tutto: si può ricominciare a sperare, nonostante tutto.