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Anche i più piccoli devono abituarsi a vivere nella paura?

 

"Un pomeriggio Rayyan e il cuginetto hanno deciso di ripulire il parchetto vicino casa, nella zona est di Mosul, Al Muthanna, per poter tornare a giocare a calcio. Hanno recuperato rastrelli e sacchetti per raccogliere i detriti e sono andati al parco, a circa cento metri da casa. La situazione sembrava ormai tranquilla" racconta Tareq, il papà di Rayyan, arrivato da noi in ospedale un mese fa portando il figlio di 12 anni.

 

"Io ero sul tetto, bevevo il tè con mio figlio minore, Rafat. Ho sentito un boato, mi sono girato e ho visto un mortaio cadere esattamente al centro del parco dove Rayyan stava giocando. Mi sono precipitato lì e l'ho visto, uno dei miei vicini lo aveva caricato in macchina per accompagnarlo in ospedale".

 

Tareq sorride e scherza quando è accanto al letto del figlio ricoverato. Ogni tanto, quando Rayyan si addormenta, va in giardino, e mentre fuma mi racconta che il bambino aveva già sognato di essere colpito da un'esplosione prima dell'incidente. 'Anche i più piccoli devono abituarsi a vivere nella paura? O forse già lo sono?'.

 

Ha scelto personalmente il nome di Rayyan: significa 'colui che non ha sete', è la porta del paradiso dedicato a chi ha digiunato spesso nella vita.

 

Rayyan ha subìto una lesione alla colonna vertebrale, è rimasto paralizzato dalla vita in giù. Ma Tareq mi dice di sentirsi fortunato, il suo bambino è ancora vivo, così come la moglie e gli altri quattro figli, che sono rimasti a Mosul ad aspettarli.

 
 
Tareq (12 anni), vittima di guerra, riposa nel suo letto di ospedale con accanto il padre
Tareq e Rayyan nella corsia di degenza dell'Emergency Hospital di Erbil
 

(18 aprile 2017)